La città di Verona è legata a doppio filo con la storia di Livio Berruti, uno dei più grandi velocisti italiani. Il 26 maggio 1960, a pochi mesi dalle Olimpiadi di Roma che lo avrebbero consacrato, Berruti fu protagonista di una prestazione notevole sulla pista Coni di Basso Acquar, oggi conosciuta come Campo Consolini.
In quell’occasione, il campione torinese corse i 100 metri in 10”2, un tempo che eguagliò il record europeo e stabilì un nuovo record italiano, l’ultimo sui 100 metri su pista in terra battuta. Questo risultato, sebbene non privo di polemiche a causa dell’assenza di un anemometro per rilevare il vento, fu omologato l’11 dicembre dello stesso anno dalla FIDAL. Secondo lo storico dell’atletica Roberto Quercetani, i testimoni concordavano sul fatto che il vento non superasse i 2 m/s e non avesse influenzato in modo decisivo la corsa di Berruti.
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Un’epoca di atletica “ruspante”
La gara veronese si svolse durante il “Trofeo De Gasperi”, una manifestazione nazionale di atletica leggera che Verona organizzava annualmente. Tra i partecipanti di quell’anno figuravano nomi illustri come Silvano Meconi nel peso, Carlo Lievore nel giavellotto e l’idolo di casa Adolfo Consolini nel disco. Berruti, all’epoca studente di chimica all’Università di Padova e tesserato per le Fiamme Oro, gareggiò nei 100 metri.
Il suo precedente record sui 100 metri risaliva al 31 agosto 1958, quando a Cuneo aveva registrato un 10”3, un nuovo primato italiano. Nonostante la pista in terra battuta e una concorrenza non trascendentale a Verona, la sua performance fu eccezionale. La partenza fu immediata, la corsa fluida e decontratta, e il vento leggermente favorevole contribuì alla sua vittoria.
Dei quattro cronometristi presenti, tre registrarono 10”2, e uno addirittura 10”1. Berruti stesso, in un’intervista, confessò di avere un ricordo piuttosto sbiadito di quella giornata, principalmente per due motivi: la scarsa enfasi data all’evento dal mondo sportivo dell’epoca, dominato da calcio e ciclismo, e la sua quasi indifferenza per il risultato cronometrico. Per lui, il piacere di correre e scaricare il suo «surplus energetico» erano la motivazione principale.
Berruti e Mennea: due visioni dello sport
Livio Berruti e Pietro Mennea, i due migliori velocisti italiani del Novecento, rappresentavano visioni quasi opposte dello sport. Entrambi vincitori di medaglie d’oro olimpiche nei 200 metri (Berruti a Roma 1960 e Mennea a Mosca 1980), i loro approcci alla disciplina erano profondamente diversi.
Berruti era un atleta che correva per puro piacere, in un’epoca in cui lo sport olimpico era ancora amatoriale. Veniva descritto come «forse l’ultimo atleta dandy, non costruito da allenamenti ossessivi, che correva per divertirsi». Il suo stile di corsa era elegante e fluido. Si allenava due o tre volte a settimana, senza pesi e spesso improvvisando, «senza fare troppa fatica».
Un aneddoto significativo riguarda la sua preparazione per la finale olimpica di Roma: tra la semifinale e la finale, non si allenò né si riscaldò, ma lesse un libro e bevve un’aranciata. Cambiò persino le scarpe, scegliendo un paio più pesante per la finale per una «scelta esclusivamente estetica, narcisistica», desiderando che fossero bianchissime come quelle di Jessie Owens.
Mennea, al contrario, era noto per il suo allenamento intenso e la sua dedizione. Credeva che lo sport e la vita fossero sacrificio e fu tra i primi a introdurre metodi di allenamento moderni. Il suo stile di corsa era potente e quasi violento. Mennea rivendicava «5.482 giorni di allenamento, 528 gare, un oro e due bronzi olimpici, più il resto che è tanto». Affermava che a 60 anni non aveva rimpianti e che avrebbe rifatto tutto, allenandosi otto ore al giorno, poiché «la fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni».
Le loro differenze si estendevano anche alle origini: Berruti proveniva da una famiglia borghese e si avvicinò all’atletica su suggerimento del suo professore di educazione fisica. Mennea, invece, raccontava di un’infanzia proletaria a Barletta, in Puglia, dove la fame di successo era alimentata dalla povertà. Questi due approcci hanno alimentato narrazioni diverse nel tempo, con Berruti citato per criticare l’eccessiva competitività e Mennea come esempio di dedizione e sacrificio.
Nel 2010, in occasione dei cinquant’anni dalla sua medaglia a Roma, Berruti scrisse che l’epoca della sua vittoria era fatta di «romantici ingenui con la voglia di emergere, di competere, di tentare la grande sfida», lamentando come il mondo sportivo fosse poi «ceduto alla massificazione selvaggia, a una forma di industrializzazione spietata che ha scelto il denaro come suo triste caposaldo». L’Italia ha recentemente reso omaggio a Livio Berruti agli Europei di atletica, scendendo in gara con un fiocco nero in segno di lutto.
Source: fidal.it




