
PERUGIA – Il territorio dell’Umbria ha “un valore aggiunto” da proporre a livello nazionale per la fase 2 dell’emergenza coronavirus. Un modello “che porterò alla Conferenza delle regioni” ha annunciato la presidente della Regione Donatella Tesei nel corso di una video conferenza stampa. Insieme al rettore dell’Università degli studi di Perugia Maurizio Oliviero, al prefetto Claudio Sgaraglia e all’assessore regionale alla Sanità ha presentato le prime linee guida per la riapertura delle attività produttive. Una fase “più difficile del chiudiamo tutto” ha evidenziato la presidente. “Ci saranno interventi per l’economia con riaperture graduali e condizionate – ha detto Tesei – senza far scendere l’attenzione sugli aspetti sanitari perché ci possono essere ancora aumenti di contagiati ma che andranno eventualmente tenuti sotto controllo”. Sarà quindi, ha sottolineato Tesi, “un momento di sicurezza per tutti ma allo stesso tempo di apertura dell’economia e di ritorno graduale alla vita normale”. “Il nostro impegno continua quindi – ha concluso Tesei – facendo squadra e condividendo un percorso con un nuovo lavoro che concretizzeremo la prossima settimana”.
Screening per asintomatici “Lo screening che abbiamo iniziato sarà la vera grande attività delle prossime settimane e del futuro perché dovremo cercare i soggetti asintomatici e non solo riscontrare la positività dei sintomatici”: lo ha detto il direttore regionale alla Sanità, Claudio Dario, ricordando di aver iniziato questa “strategia a tappeto” in alcune delle comunità più a rischio, come le delle carceri e le residenze per anziani. Lo ha fatto venerdì nel presentare anche una prima valutazione dei test immunologici che la Regione Umbria ha acquisito confrontati con quello molecolare classico. Sono stati annunciati quindi i risultati della strategia avviata su tamponi e test rapidi, valida “salvo la necessità di rimodulazione sulla base dell’andamento dell’epidemia”, e gli obiettivi come “l’individuazione nella popolazione del maggior numero possibile di soggetti positivi, al fine di isolarli fino alla loro negativizzazione e impedire la circolazione virale”. Questo, per Dario, è stato consentito per l’aumento di tamponi fatti (oltre 1.300 al giorno e circa 6.500 a settimana) ma anche per il fatto che “essendo usciti dagli isolamenti e da situazioni di particolare sorveglianza la necessità di utilizzare i tamponi per contatti e soggetti a rischio si è ridotta e quindi possiamo dedicarci di più a questa attività di screening”. “E nella riapertura dobbiamo lavorare moltissimo in questo tipo di prevenzione con i test sugli asintomatici” ha ribadito.
Strutture per anziani e carceri Su 70 strutture residenziali per anziani sono stati fatti 1.636 tamponi, quindi circa il 33%: 738 tamponi agli ospiti (13 positivi) su 2.548 totali; 898 quelli fatti agli operatori (19 positivi) su 2.327 totali. Su quattro carceri il tampone è stato fatto a quasi tutto il personale presente: 175 sugli ospiti (uno positivo) su 1.451 ospiti totali; 925 quelli al personale con un positivo su un totale di 1.009 persone. Tornando ai risultati della strategia, il direttore regionale ha ricordato che i test sierologico e molecolare sono stati impiegati in 1.180 casi, dei quali l’8,9% è risultato positivo al test molecolare e il 27% al sierologico. Dal confronto del risultato dei due test su campionamento contestuale è emerso che, in questa fase dell’epidemia, il potere predittivo rilevante del test è per trovare i negativi: se infatti il test immunologico rapido è negativo, nel 97% dei casi anche il tampone contestuale è negativo. Se invece è positivo sarà poi veramente positivo solo il 24%. Inoltre, dalla valutazione del risultato del test rapido sierologico confrontato con la positività del paziente al Covid-19, rilevato con test molecolare pregresso, e non contestuale quindi al test rapido, è emerso che il risultato del test positivo rileva correttamente l’esposizione al virus da almeno 15 giorni in più del 90% dei casi.
Francesco Mariucci
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