
PERUGIA – Affrontata l’emergenza sanitaria arriva quella economica e sociale: Confartigianato Imprese Perugia lancia l’allarme per 1.300 imprese che rischiano di chiudere entro il 2020.
Tanti proclami scarse ricadute “Nonostante il bombardamento mediatico quotidiano propinato – si legge in una nota dell’associazione di categoria -, non c’è stata, almeno fino ad ora, l’attenzione necessaria verso il 95% del nostro tessuto imprenditoriale costituito da micro e piccolissime imprese dell’artigianato, del piccolo commercio, del turismo, dei servizi”. Il presidente vicario Giorgio Buini sottolinea che “degli oltre 500 miliardi messi a disposizione, sia le imprese, sia i cittadini, hanno preso poco o nulla”. Una vera e propria richiesta d’aiuto per gli imprenditori senza i quali, sottolinea Buini “tutto il Paese si bloccherà irrimediabilmente e purtroppo, la strada disegnata e percorsa fino ad oggi, rischia di far riaprire, ma immediatamente chiudere, un considerevole numero di aziende, con una perdita di migliaia e migliaia di posti di lavoro”. Senza lavoro, avverte il presidente vicario, “c’è il pericolo di provocare un caos sociale generalizzato, dove le incertezze tanto odiate a noi italiani, chiederanno un conto salato da pagare; senza dimenticare che viviamo una crisi economica e sociale ben prima del Coronavirus. Proviamo a pensare solo per un momento se le risorse economiche tanto decantate venissero poi utilizzate per altre finalità a noi sconosciute: cosa succederebbe?”.
I dati della crisi post-covid Nella nota, Buini evidenzia i forti dubbi degli associati, delusi dai tanti provvedimenti adottati fino ad oggi dall’Esecutivo. “Moltissimo clamore mediatico -si legge nella nota -, ma scarsa ed insufficiente ricaduta sulle imprese e sui cittadini”. Secondo l’associazione di categoria, il Governo sta trattando le misure ed i provvedimenti economici e sociali dovuti al Covid 19 “come normali anziché straordinarie”. Secondo le stime del Centro studi della Confartigianato di Mestre riportate dall’ente umbro, in tre mesi hanno chiuso 13 mila imprese, con la previsione che altre 80 mila cesseranno entro il 2020, cioè circa 1.300 imprese rapportate alla realtà umbra. “Con una attuale perdita del Pil del 10% – scrive ancora Buini -, il “Sistema Italia” impiegherà almeno 15 anni per riprendersi da questa situazione. Come farà una azienda, ammesso ma non concesso che riesca nel miracolo di prendere un finanziamento, a restituirlo in pochi anni? Come facciamo a fidarci di qualcuno che ha sbandierato ai quattro venti di aver messo oltre 550 miliardi di euro a disposizione di cittadini ed imprese, quando ancora non sono arrivati i soldi della cassa integrazione di marzo a tantissimi lavoratori, o qualche imprenditore che non ha ancora percepito il bonus da 600 euro (anche questo strumento occorrerebbe rivederlo, visto che non si capisce il perché colui chi percepisce una piccolissima pensione non ha diritto al bonus)?”.
Nuove misure da adottare Tra le misure invocate dal segretario di Confartigianato Imprese Perugia, Stelvio Gauzzi, un sostanzioso contributo a fondo perduto, come avvenuto in altri paesi europei, l’incremento dello stanziamento attuale e l’aumento della percentuale di ristoro in relazione al calo del fatturato, l’aumento delle risorse per il fondo centrale di garanzia e il rafforzamento degli ammortizzatori sociali. Sul fronte fiscale si chiede la rateizzazione in 12 mesi dei versamenti tributari e contributivi sospesi fino al 16 settembre 2020 e la proroga almeno fino a settembre dei versamenti delle imposte a saldo ed in acconto relative ai redditi 2019. Più in generale Confartigianato chiede di detassare le imprese e di investire nelle infrastrutture digitali. “La storia – prosegue Gauzzi – ci ha insegnato che si riparte, o meglio, si potrà ripartire se ci saranno gli imprenditori che investono, che creano occupazione e non burocrazia, che consolidano il principio di una nuova comunità, magari digitale, ma legata agli antichi valori dell’uomo (il lavoro, la famiglia, la solidarietà, la sussidarietà), alle sue antiche tradizioni storiche e culturali, attraverso la valorizzazione dell’ambiente e delle peculiarietà territoriali, come il turismo e l’enogastonomia”. “La sensazione che riceviamo quotidianamente attraverso i media – conclude Gauzzi – è quella di un esecutivo che trascura ‘il lavoro’, quello vero, non riesce a capirlo e quindi a tutelarlo perché, fondamentalmente, non conosce e non vuole conoscere le imprese e i piccoli imprenditori, le difficoltà quotidiane di quanti che, ogni mattina, alzano la saracinesca del proprio laboratorio. I nostri “capi”, guadagnando oltre 10.000/15.000 euro al mese, non riescono a percepire coloro che, pensionati, fasce deboli, badanti, baby sitter, non raggiungono neanche la quota del reddito di cittadinanza. Figurarsi se comprendono gli imprenditori”.
Annalisa Marzano
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